Lo chiamavano Jeeg Robot

Lo chiamavano Jeeg Robot – ma che, pure te c’hai la Spada Alata?

Vorrei cominciare a parlare di Lo chiamavano Jeeg Robot dalla fine o  meglio, dal dopo film quando, ancora al buio e presissimi dai titoli di coda *corri e va per la terra, vola e va tra le stelle* io e il mio amico abbiamo sentito questa frase provenire da qualche poltroncina di distanza, “Io non capisco come possano finanziare film del genere.”

Io sono stata zitta ma ho pensato, “Io non capisco come permettano a certe persone di andare al cinema” ma solo perché basterebbe informarsi. Tipo: guardare il trailer poteva essere utile, se hai visto il trailer di Lo chiamavano Jeeg Robot sai esattamente a cosa vai incontro.

Vi agevolo il video se mai ve lo foste perso, ma non credo dato che anche la madre del mio amico ha detto che in tv, lo passano spesso il trailer di ‘sto robo’ coso.

Poi per carità, ci sono quelli che i film li vedono solo per poterli criticare, quindi  va beh.

Nel mio caso però, dopo aver visto il trailer del film di Mainetti, davvero non stavo più nella pelle e non vedevo l’ora di andarlo a vedere.

Nonostante avessi avuto prove teatrali estenuanti nel pomeriggio e nonostante sarei andata in scena il giorno dopo, lo spettacolo della 22,30 me lo sono goduto secondo per secondo.

Perché Lo chiamavano Jeeg Robot m’è piaciuto. Ma tanto e per tantissimi motivi.

È un bel film, scritto e diretto bene, begli attori, storia accattivante da super eroe di borgata, tante belle citazioni anni ’80 e il cuore al posto giusto.

Ma parliamo brevemente della film diretto da Gabriele Mainetti e scritto da Nicola Guaglianone e Menotti.

In una Roma preda da anonimi attacchi terroristici, ai margini troviamo Enzo Ceccotti che scappa dalla polizia per un furto. Per farlo si butta nel Tevere ma sotto a Ponte Sant’Angelo, Enzo si fa il bagno in certe sostanze radioattive che gli cambieranno la vita per sempre.

Infatti a Enzo vengono poteri fortissimi, diventa tanto forte da strappare da un muro uno sportello bancomat, diventa immortale e come se non bastasse diventa anche famosissimo su YouTube.

Come si suol dire, da grandi poteri derivano grandi responsabilità e così Enzo decide di usare i propri poteri per diventare un ladro migliore e potersi così permettere più pornazzi e più budini alla vaniglia.

Lo chiamavano Jeeg Robot

Ma per una serie di casi, il nostro eroe conosce Alessia, ragazza con vari problemi psicologici che crede lui sia Hiroshi Shiba, protagonista dell’anime Jeeg Robot.

A quel punto la prospettiva sulla vita l’amore, l’universo e tutto quanto di Enzo cambia e comincia a pensare che non è che proprio tutta la gente del mondo faccia schifo.

Ma come potrebbe essere un film di eroi senza un villain? Ed ecco lo Zingaro, Fabio Cannizzaro che dopo aver partecipato in gioventù a Buona Domenica gli è presa la fissa di diventare famoso e contrapponendosi ferocemente a Enzo cerca di guadagnare popolarità scuotendo la Città Eterna.

Lo chiamavano Jeeg Robot

Ma eccovi 5 punti chiave per cui ho amato tanto Lo chiamavano Jeeg Robot. Occhio che potrebbero esserci degli spoiler.

  1. L’eroe. Scazzatissimo, disilluso. Enzo quando si ritrova i superpoteri un po’ non sa che farsene se non utilizzarli per rubare un po’ di più, però il cuore da eroe ce l’ha anche se come dice Alessia “un super eroe con le scarpe di camoscio non s’è mai visto”. È facile sentirselo vicino questo eroe, confuso perché lui i suoi poteri non li ha voluti e l’ultima cosa che vorrebbe fare è usarli per aiutare la gente. Che gente? Quella che l’ha sempre abbandonato?Lo Chiamavano Jeeg Robot
  2. La principessa. Alessia è mentalmente disturbata e questa sua ossessione per Jeeg Robot nasconde abusi e abbandoni continui. Il sorriso un po’ sghembo e l’aria infantile e terribilmente sexy di questa principessa con le Converse ai piedi, dona luce al film e ovviamente all’Eroe, che senza di lei, non ci avrebbe capito proprio niente.  lo chiamavano jeeg robot
  3. Il villain. Lo Zingaro, il villain dallo stile rockettaro anni ’80 un po’ uscito da Beehive un po’ corista di Loredana Bertè. Parte cantando Un’emozione da poco di Anna Oxa al karaoke, passa ad utilizzare Latin Lover di Gianna Nannini per caricarsi prima di una rapina e finisce con lo sparare a tutto volume Ti stringerò di Nada durante un massacro (ah, la dolce ironia!). Un vero e proprio cattivo, arido, pieno di rabbia e imprevedibile. Un Joker con più pailettes. Lo chiamavano Jeeg Robot
  4. La storia. Un classico. Un eroe che non accetta appieno i propri poteri, l’amore, il cattivissimo, la vendetta, il finale in solitaria. Gli elementi da film di supereroi ci sono tutti ma con un tocco in più: il romanesco e Roma. Infatti il dialetto invece che appesantire il film, ne esalta i personaggi, l’azione e tutto il film.Lo chiamavano Jeeg Robot
  5. Il mood. Cinico e feroce, tenero e violento. Il film mantiene sempre il giusto equilibrio. Commuove e fa nascere un sorriso amaro, tagliente. Spiazza e ancora una volta ammutolisce con scene di violenza per poi buttarci di fronte scene di botte da super eroi. Mostra gli umori di un’Italia un po’ allo sbando, ché non solo in America hanno bisogno dei super eroi.Lo chiamavano Jeeg Robot

 

Se non lo sapeste prima dell’uscita del film, Lucky Red e la Gazzetta dello Sport hanno pubblicato l’ominimo fumetto scritto e curato da Roberto Recchioni.

Se ve lo siete perso ecco le quattro diverse cover realizzate da Bevilacqua, Ortolani, Recchioni e Zerocalcare.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Comunque, mo’ basta (andatevelo a vedere).

Lo chiamavano Jeeg Robot

Kiss kiss (bang bang)

(per altre memorabilie come la gif che ho utilizzato e i poster del film, visitate il sito ufficiale)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *